#marefuturo puntata 8. dare forma all’acqua si può

È possibile rivestire piccoli volumi di acqua con una pellicola sottilissima e biodegradabile, molto simile a un palloncino pieno di acqua. Un gruppo di ricerca del CNR e dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) ha infatti messo a punto un processo che permette di ottenere un sottile film in grado di racchiudere e sigillare quantità variabili di liquido. Questo potrebbe servire per creare packaging alimentari commestibili: immaginate di sorseggiare delle sferette di acqua naturale e ingoiare anche l’involucro. Le applicazioni più promettenti sono in campo biomedico e farmaceutico, come ci spiega Paolo Netti, coordinatore dell’IIT di Napoli.

 

 

 

 

Un gruppo di ricercatori dell’Istituto di scienze applicate e sistemi intelligenti (Cnr-Isasi), dell’Istituto di polimeri compositi e biomateriali (Cnr-Ipcb) e il Center for Advanced Biomaterials for Healthcare dell’Istituto italiano di tecnologia di Napoli (Cabhc-Iit) ha pubblicato sulla rivista Science Advances un articolo riguardante un processo che permette di ottenere una pellicola sottilissima in grado di rivestire volumi di acqua o di materiali gelatinosi a base acquosa, che rimangono così racchiusi e sigillati.

 

Il processo avviene istantaneamente e in modo completamente spontaneo, a partire da una piccola goccia di soluzione polimerica messa in contatto con la superfice del liquido da confezionare.

 

Il solvente viene estratto dall’acqua e la variazione della tensione superficiale guida la formazione istantanea del film che si espande in modo conforme alla geometria assunta dal liquido. Il processo avviene in qualche secondo e, grazie alla lenta estrazione del solvente, si genera un film omogeneo e non poroso. Controllando la quantità di polimero impiegata è possibile controllare lo spessore del rivestimento prodotto.

 

 

 

 

Il packaging avviene sia nel caso di una goccia appoggiata su una superficie, sia nel caso di una goccia pendente da un orifizio o di un film liquido depositato all’interno di un contenitore: in quest’ultimo caso il polimero riveste e sigilla tutta la superficie libera del pelo dell’acqua.

 

I risultati di queste ricerche possono trovare applicazione in molte fasi dei più diversi ambiti a partire da quelli biomedicali, visto che la confezione può essere costituita da un polimero biodegradabile e biocompatibile.

 

Riuscire a manipolare piccoli volumi d’acqua – scrivono i ricercatori – e, soprattutto, creare dei rivestimenti che si adattino alle complesse forme che il liquido può assumere è un vantaggio notevole per molti processi nei quali su diverse scale, dal centimetro fino a dimensioni del nanometro (miliardesimo di metro), sono importanti la manipolazione, ingegnerizzazione e funzionalizzazione dei materiali.

 

Possono essere rivestiti completamente anche volumi di gel o in generale di materiale altamente idratato, come tessuti biologici di una qualsiasi forma quali sfere, cubi, protesi, organi complessi, per trasporto, preservazione e protezione da agenti esterni.

 

Già nel 2017 è stato messo a punto un rivestimento biodegradabile per l’acqua.

Lo Skipping Rocks Lab, un team internazionale di ricercatori con base a Londra ha sviluppato infatti un concentrato di acqua avvolto in una membrana di alghe commestibili, pensato per ridurre al minimo l’inquinamento e gli sprechi dovuti agli imballaggi.

 

Le sfere in questione si chiamano Ooho! contengono al loro interno 250 ml di acqua, e sono realizzate con una doppia membrana di alga di mare, incolore e – dicono – dal gusto particolarmente delicato, quasi impercettibile.

I primi test alle maratone e alle grandi manifestazioni sportive.

 

https://www.wired.it/lifestyle/food/2017/04/17/sfere-acqua-commestibili/

 

 

 

L’invenzione di ricercatori inglesi si basa su due ingredienti: alginato di sodio, estratto dalle alghe brune, e lattato di calcio, un sale che si trova nel lievito in polvere.

 

Con questi, è possibile produrre le sfere d’acqua anche in casa

 

http://www.nonsoloriciclo.net/fai-palle-dacqua-portatili/

 

 

L’obiettivo è quindi quello di commercializzare un packaging più economico della plastica, per fare in modo di impedire che un miliardo di bottiglie di plastica raggiungano gli oceani ed evitare che vengano emessi 300 milioni di chili di Co2 per produrle, ma anche di ridurre i rischi alla salute che derivano dal consumare acqua in bottiglie di plastica

 

http://www.nationalgeographic.it/scienza/2019/07/24/news/le_bottiglie_di_plastica_possono_diventare_pericolose_se_esposte_al_calore_eccessivo-4489395/

 

Skipping Rocks Lab fa parte del programma di accelerazione per startup Climate Kicfondato dall’Istituto europeo di innovazione e tecnologia (Eit).

 

Ma la lotta contro la plastica non si ferma qui: La campagna Plastic Planet promuove l’allestimento, all’interno dei supermercati, di interi reparti privi di imballaggi di plastica; Gli stilisti eco Vin e Omi ricilano la plastica delle discariche per renderla un materiale simile a un tessuto, con cui produrre abiti; la imprenditrici Ann Tucker e Chelsea Briganti  hanno ideato una cannuccia edibile e biodegradabile.

 

https://corriereinnovazione.corriere.it/cards/cannucce-commestibili-sfere-d-acqua-eliminare-bottiglie-5-idee-ridurre-plastica/non-mangiamo-piu-plastica-le-cozze_principale.shtml

 

Dagli anni Sessanta a oggi sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di plastica non biodegradabile e in base a un recente studio dell’Università della California, entro il 2050 questa montagna sarà quadruplicata, arrivando a 34 miliardi di tonnellate.

 

Il nostro Paese non fa eccezione. Con 7,2 milioni di tonnellate di articoli di plastica sfornati nel 2018 l’Italia è il secondo produttore in Europa dopo la Germania.

 

 

Il problema dei rifiuti di plastica nei mari e negli oceani sta ormai occupando le cronache quotidiane di diverse testate, evidenziando una situazione d’emergenza in cui nell’acqua si trovano ormai quasi 270mila tonnellate di plastica.

 

https://www.repubblica.it/ambiente/2018/05/18/news/plastica_tutto_quello_che_non_sappiamo_sul_materiale_piu_inquinante_del_pianeta-196743293/

 

Secondo il WWF, sono 570 mila le tonnellate di plastica che ogni anno finiscono nelle acque del Mediterraneo

 

http://assets.wwfit.panda.org/downloads/fermiamo_inquinamentoplastica_giu2019.pdf

 

http://www.arpat.toscana.it/notizie/notizie-brevi/2019/wwf-ogni-anno-570-mila-tonnellate-di-plastica-finiscono-nelle-acque-del-mediterraneo

 

I Paesi del Mediterraneo sono fra i più grandi produttori di beni in plastica al mondo: le industrie ne creano 38 milioni di tonnellate l’anno (dati 2016), pari a 76 kg per abitante, più del 50% in più rispetto alla media mondiale. Questo si traduce in una montagna di rifiuti: 24 milioni di tonnellate l’anno. Circa un terzo (28%) di questi rifiuti è mal gestito: in pratica, 1 kg su 3 non è raccolto o finisce in discariche illegali, e quindi nei fiumi e nei mari. Il restante 72% ha questo destino: il 42% va in discarica, il 14% a recupero energetico (inceneritori o forni dei cementifici) e solo il 16% viene riciclato, e con molte disparità da un Paese all’altro. I Paesi che riciclano e differenziano meno i rifiuti sono Turchia, Egitto, Algeria, Grecia, Marocco, Siria, Montenegro, Albania e Tunisia. In Italia, le regioni del centro-sud riciclano poco.

 

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/plastica-ecco-chi-inquina-il-mediterraneo

 

Questa sta portando alla formazione di una opinione pubblica che piano piano sta prendendo consapevolezza dei rischi del monouso.

Se ne sono accorte le multinazionali che impiegano e realizzano prodotti monouso, e per questo molte aziende stanno ormai cercando di liberarsi della plastica.

 

Dal 2010 i big della petrolchimica hanno investito 186 miliardi di dollari in 318 nuovi stabilimenti, che porteranno a un aumento della produzione annuale di plastica da fonti fossili del 40 per cento. Di questa enorme massa, solo il 9 per cento è stato riciclato e il 12 per cento bruciato nei termovalorizzatori, mentre il 79 per cento è disperso nell’ambiente. Nello studio – il più completo identikit sulla storia di questo materiale – si stima che metà dei 350 milioni di tonnellate di plastica prodotti ogni anno diventa rifiuto dopo un uso che dura da 20 minuti a 1 anno.

 

Oltre 400 colossi hanno firmato l’impegno globale per un’economia circolare della plastica, promosso dalla fondazione Ellen MacArthur e dal programma delle Nazioni Unite per l’ambiente.

 

Tra i firmatari ci sono le aziende responsabili del 20 per cento di tutti gli imballaggi di plastica a livello mondiale, come Danone, Mars, Unilever, Coca Cola, PepsiCo, H&M, L’Oreal, insieme a specialisti nella gestione delle risorse come Veolia e produttori di materie plastiche, come Borealis e il campione italiano delle bioplastiche Novamont. L’obiettivo è disaccoppiare la produzione di plastica dalle fonti fossili, in primis eliminando i consumi inutili e per il resto usando solo la plastica già prodotta fino a oggi e riciclata oppure materiali biodegradabili.

 

Ultimi in odine di tempo Coca-Cola e Pepsi, che hanno deciso di ridurre l’impiego delle loro classiche bottigliette e tagliare i ponti con la lobby della plastica industriale.

 

Coca Cola nel 2017 ha prodotto qualcosa come 3,3 tonnellate di plastica. L’azienda ha annunciato di volersi impegnare per arrivare, entro il 2030, a raccogliere e riciclare quasi ogni lattina o bottiglietta venduta, impiegando nei prossimi anni plastiche riciclate almeno al 50%. Per confermare ulteriormente il loro impegno, ora le due aziende, come tante altre negli ultimi anni, hanno deciso di prendere le distanze dalla Plastic Industry Association, la lobby che rappresenta i produttori di plastica negli Stati Uniti e si è detta più volte contraria ai divieti di diversi Stati riguardo l’impiego della plastica a livello commerciale.

 

Recentemente, l’ Unione europea ha deciso di mettere al bando la plastica monouso a partire dal 2021, e di imporre la produzione di bottiglie di plastica con almeno il 25% di materiali riciclati entro il 2025.

 

Sappiamo che la nostra impronta sulla Terra è ormai talmente profonda che possiamo chiamare Antropocene questa nostra era: addirittura, possiamo già identificare una sua sottosequenza (un piano temporale), il Plasticene, l’Era della Plastica.

 

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/mari-e-oceani-dove-si-accumula-lo-strato-di-plastica

 

In Italia, Corepla, il consorzio che tratta gli imballaggi di plastica, l’anno scorso ha avviato a riciclo oltre 640mila tonnellate di imballaggi di plastica, quasi un decimo di tutti i materiali di plastica prodotti in Italia.

 

Da qui la corsa alla riprogettazione dell’intera filiera, per aprire le porte ad alternative alla plastica fossile e a nuovi materiali bio da affiancare a elementi tradizionali perfettamente validi, come la carta, il vetro o l’alluminio, specialmente negli imballaggi.

Nel 2018, il consorzio ha lanciato una call forideas https://www.coreplacall.it/

Con l’obiettivo trovare idee volte a massimizzare il riciclo degli imballaggi in plastica e sviluppare nuovi utilizzi del materiale riciclato.

 

 

i vincitori della call sono stati premiati a ecomondo

 

http://www.corepla.it/news/i-primi-4-vincitori-della-call-ideas-premiati-rimini

 

Ma diversi sono gli studi per le alternative.

 

I materiali organici derivati da piante o animali non sono una novità nella storia, ma ora il punto è ottenere caratteristiche di stabilità, robustezza e flessibilità analoghe a quelle della plastica fossile con i polimeri naturali come la lignina, la cellulosa, la pectina e la chitina che, a differenza dei polimeri sintetici, si biodegradano molto rapidamente.

 

https://www.corriere.it/buone-notizie/19_luglio_29/mondo-fatto-plastica-curare-cosi-f1b39740-b20d-11e9-a1a1-0b6262ab4b28.shtml

 

Il Podcast gratuito con tutte le puntate al link: http://www.radio24.ilsole24ore.com/podcast/mare-futuro.xml

ondina di fine articolo